Anatomia ironica di una conversione immaginaria

C’è una vecchia storia su Voltaire che ricompare puntualmente quando qualcuno vuole dimostrare che, davanti alla morte, anche il più irriducibile degli scettici torna sui propri passi.

Durante una tempesta, racconta la leggenda, il filosofo avrebbe recitato il Padre Nostro.

Gli astanti, naturalmente scandalizzati, gli avrebbero chiesto spiegazioni.

Voltaire avrebbe risposto con una frase destinata a diventare proverbiale: una cosa è pensare, un’altra è vivere.

La storia è suggestiva, ma ha un piccolo difetto: è probabilmente falsa, o almeno non documentata in modo affidabile. Poco male.

Le leggende, quando servono a confermare ciò che già pensiamo, godono di una salute assai più robusta delle fonti storiche.

Così, ogni volta che un ateo si ammala, un credente si sente autorizzato a proclamare la propria vittoria; ogni volta che un credente ricorre alla medicina moderna, qualcun altro può sostenere che abbia finalmente ammesso la superiorità della scienza sul dogma.

Il ragionamento è identico: si prende un gesto pratico e lo si trasforma in una dichiarazione ideologica.

Da questa prospettiva, la vicenda di Alessandro Di Battista diventa irresistibile per chi ama le conversioni a posteriori.

Per anni l’ex esponente del Movimento 5 Stelle ha difeso Cuba, criticato l’Occidente e attaccato con particolare durezza gli Stati Uniti e Israele.

Poi, in seguito a un problema di salute, avrebbe lasciato l’isola per rientrare in Italia e ricevere cure. Ed ecco comparire il coro: “Ha rinnegato tutto!”.

La sceneggiatura è pronta.

Primo atto: il rivoluzionario parte per Cuba, terra promessa dell’anti-imperialismo.

Secondo atto: il capitalismo, sotto forma di ospedale italiano, lo riaccoglie a braccia aperte.

Terzo atto: un aereo istituzionale, messo a disposizione dal governo guidato da Giorgia Meloni, diventa il tappeto rosso della redenzione. Quarto atto: i farmaci israeliani, eventualmente utilizzati, fanno il loro ingresso in scena tra squilli di tromba.

Sipario. Il protagonista, sconfitto dalla realtà, proclama: “Avevate ragione voi”.

È una trama perfetta.

Peccato che la realtà sia meno teatrale.

Utilizzare un ospedale italiano non equivale a firmare una dichiarazione d’amore per il sistema politico italiano.

Salire su un aereo messo a disposizione dalle istituzioni non significa aderire al programma elettorale del governo.

Ricevere un farmaco prodotto in Israele non implica diventare sostenitori della politica di ogni governo israeliano.

La medicina, fortunatamente, non chiede al paziente per chi abbia votato prima di somministrare una terapia.

Se così fosse, i pronto soccorso sarebbero costretti a predisporre un questionario preliminare: “Prima di procedere, ci dica se approva il capitalismo, la NATO, il sionismo, il comunismo e la riforma della giustizia”.

In caso di risposte poco convincenti, il paziente verrebbe invitato a rivolgersi a un sistema sanitario più coerente con le proprie idee.

“Lei è contrario all’Occidente? Benissimo: il reparto cubano è in fondo a sinistra, dopo il corridoio dell’idealismo e prima della sala d’attesa senza medicinali”.

La satira può colpire le contraddizioni politiche, naturalmente.

Di Battista ha il diritto di essere criticato per le sue dichiarazioni su Cuba, sugli Stati Uniti, su Israele o sul governo italiano.

Se ha descritto un sistema come modello universale e poi ha avuto bisogno di cure altrove, è legittimo chiedergli se la sua valutazione fosse troppo entusiastica.

Ma una cosa è contestare la coerenza di un’opinione; un’altra è usare la malattia come confessionale obbligatorio.

Il corpo umano, infatti, è un pessimo militante.

Non rispetta la disciplina di partito, non conosce le frontiere ideologiche e non legge i manifesti.

Può ammalarsi a Cuba, in Italia, negli Stati Uniti o in Israele.

Può chiedere cure a un medico che vota diversamente dal paziente.

Può trarre beneficio da una ricerca condotta in un Paese che il paziente critica.

Non è una resa politica: è la complessità della realtà.

Ma il meccanismo della “conversione sanitaria” è troppo seducente per essere abbandonato.

Se un comunista viene curato in Occidente, allora ha scoperto il libero mercato. Se un liberale usa la sanità pubblica, allora ha abbracciato il socialismo.

Se un pacifista chiama la polizia, allora sostiene lo Stato armato. Se un ateo entra in chiesa durante un terremoto, allora ha ricevuto la grazia.

Se un credente consulta un medico, allora ha finalmente capito che Dio non basta.

Con questa logica, ogni gesto quotidiano diventa una confessione ideologica.

Prendere un volo Alitalia — o quel che ne resta, in versione istituzionale — equivale a sottoscrivere la Costituzione.

Comprare un telefono americano significa approvare la politica estera di Washington.

Mangiare sushi comporta un’adesione entusiastica alla diplomazia giapponese.

Utilizzare un prodotto cinese certifica l’adesione al Partito comunista.

La spesa al supermercato diventa un referendum geopolitico.

La parte più fragile del ragionamento riguarda però l’idea che un farmaco possa “smentire” un’opinione politica.

Un medicinale non è un’ambasciata.

La sua efficacia non dipende dalla simpatia per il Paese in cui è stato sviluppato.

Se un farmaco israeliano funziona, non dimostra che ogni scelta del governo israeliano sia corretta; dimostra, eventualmente, che quel farmaco è stato sviluppato con successo.

Se una terapia italiana è utile, non certifica la superiorità morale di ogni cittadino italiano.

Confondere la qualità di una ricerca con la bontà assoluta di una civiltà è un errore speculare a quello di chi confonde un fallimento sanitario con il fallimento totale di un sistema.

E qui entra in scena la parola più abusata: “Occidente”.

Nel testo che ispira questa riflessione, l’Occidente appare come una grande reliquia politico-religiosa, depositaria della verità ebraico-cristiana, della scienza, della democrazia, della medicina e, già che ci siamo, della salvezza eterna.

Una civiltà multitasking: cura il paziente, protegge la libertà, produce farmaci, organizza voli e prepara l’anima al Giudizio Universale.

È comprensibile voler difendere i valori democratici e la tradizione culturale europea.

È meno convincente trasformare ogni ospedale in una prova teologica.

Le democrazie occidentali hanno prodotto istituzioni preziose, ma anche guerre, colonialismo, discriminazioni e disuguaglianze. La tradizione ebraica e cristiana ha dato contributi fondamentali alla cultura, ma la sua storia comprende anche conflitti, persecuzioni e abusi.

Israele vanta eccellenze scientifiche e mediche, ma ciò non autorizza a trasformare la ricerca biomedica in un certificato di innocenza politica.

Cuba presenta risultati importanti in alcuni settori, ma ha gravi problemi economici, istituzionali e sanitari.

Gli Stati Uniti hanno università e ospedali di livello straordinario, accanto a un sistema sanitario in cui l’accesso alle cure può dipendere dal reddito.

La realtà, insomma, non ama le incoronazioni.

Nessun Paese possiede tutte le virtù; nessun sistema è interamente buono o interamente cattivo.

Persino la medicina, che dovrebbe insegnarci umiltà, viene arruolata nelle guerre culturali come un soldato con il camice bianco.

Ancora più problematica è la conclusione religiosa.

Secondo l’argomento, una persona che si ammala e riceve cure in Occidente avrebbe già riconosciuto la verità cristiana; tra cent’anni, poi, davanti a Dio, sarebbe costretta ad ammettere che non esiste altra salvezza al di fuori di Gesù Cristo.

È una forma di escatologia con il biglietto numerato: la sentenza è già scritta, il Giudizio è un dibattito televisivo …..

Di Admin

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