Intanto nello “Stato sovrano” più sanguinario al mondo, dove la giustizia è spesso sinonimo di crudeltà, continuano a essere torturati e impiccati uomini e donne nel fiore degli anni: il bene più prezioso di ogni nazione.

Il triste caso delle gemelle Taraneh e Romina Rahimi, appena diciannovenni, condannate dopo aver partecipato a una manifestazione pacifica, è solo un esempio sintetico della brutalità sistematica che si consuma quotidianamente in Iran.

È doveroso raccontare, ricordare e denunciare ogni volta che qualcuno presenta questo Paese come una “nazione sovrana aggredita”, dimenticando o volutamente ignorando le violazioni dei diritti umani perpetrate dal proprio regime.

La storia di queste due giovani sorelle di Isfahan è straziante e parla più di mille rapporti ufficiali o di sterili dibattiti geopolitici.

Arrestate in piena notte da uomini mascherati durante una protesta, il loro destino sembra già segnato: i segni evidenti sul corpo — lividi, fratture, segni di isolamento prolungato — sono testimonianza di una tortura che mira a spezzare non soltanto il corpo ma anche lo spirito.

Prima della condanna, Taraneh ha denunciato confessioni estorte sotto coercizione, una prassi tristemente nota in molte carceri iraniane dove la detenzione preventiva e i metodi brutali sono strumenti ordinari per intimidire e schiacciare ogni dissenso.

Il tribunale, un’istituzione che in teoria dovrebbe garantire giustizia, ha scelto invece di trasformarsi in una macchina esecutiva che condanna senza processo equo e senza alcuna garanzia legale.

Una delle gemelle è stata condannata a morte con l’impiccagione, mentre l’altra dovrà scontare 25 anni di carcere.

La paura dei familiari è palpabile: temono che l’esecuzione avvenga rapidamente, senza tempo per appelli o per mobilitazione internazionale.

Per questo hanno deciso di rendere pubblica la vicenda, sperando di rompere il muro di silenzio che circonda questi crimini.

Le atrocità compiute in Iran sono spesso mascherate dai discorsi politici che rappresentano il Paese come vittima di ingerenze straniere o di complotti internazionali.

Ma nessuna scusa può giustificare la repressione di un popolo che chiede semplicemente libertà, dignità e rispetto dei diritti umani fondamentali.

Le vittime non sono numeri anonimi: giovani donne e uomini che sognavano un futuro diverso e che ora sono imprigionati o eliminati per il solo fatto di aver osato alzare la voce contro un regime autoritario.

L’Occidente e la comunità internazionale non possono rimanere indifferenti di fronte a questa realtà.

È necessario sostenere le voci che emergono dall’Iran, dare visibilità ai casi come quello di Taraneh e Romina, e fare pressione affinché vengano fermate le esecuzioni e cessate le torture.

Ogni volta che un governo straniero minimizza o giustifica la repressione con la retorica della “sovranità nazionale”, siamo di fronte a un tradimento dei principi universali sui quali si fonda la convivenza civile tra le nazioni.

È anche fondamentale comprendere che il vero cambiamento non può venire dall’esterno tramite interventi militari o pressioni coercitive che spesso finiscono per rafforzare i regimi autoritari.

Il sostegno deve essere rivolto alla società civile iraniana, alle famiglie delle vittime, agli attivisti e a tutti coloro che rischiano la vita per difendere la libertà.

Solo così potremo sperare di vedere un giorno una nuova Iran, dove i diritti umani siano rispettati e la vita di ogni giovane sia difesa come il bene più prezioso di ogni nazione.

Nel frattempo, ricordiamo sempre la sofferenza di Taraneh, Romina e di tutte le persone che subiscono violenze indicibili solo per il coraggio di sognare un futuro migliore.

Ricordiamolo ogni volta che qualcuno parla dell’Iran come di uno “Stato sovrano aggredito”.

Perché la vera aggressione oggi è quella dello Stato contro il proprio popolo, e la vera sovranità dovrebbe essere quella della libertà, della giustizia e della dignità umana.

Di Admin

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