Intervista a Emilio Ferrara



-Introduzione a cura della Redazione-

Dopo la precedente conversazione dedicata al suo metodo di ricerca e al rapporto fra fonti, simbolismo e interpretazione, torniamo a incontrare Emilio Ferrara, scrittore, simbolista e ricercatore indipendente.

Questa volta, però, non parleremo del suo percorso, ma entreremo direttamente in uno dei temi che più a lungo hanno accompagnato l’uomo nel suo rapporto con ciò che non riesce pienamente a spiegare: il sogno.

Quella che segue è un’intervista tematica inedita, realizzata e concessa appositamente per GiornaleSera.

Per l’uomo contemporaneo il sogno appartiene soprattutto alla dimensione interiore, alla memoria, alla psicologia, a ciò che la mente continua a elaborare mentre dormiamo.

Per molte civiltà antiche, invece, il sonno poteva rappresentare anche il momento nel quale il divino si rendeva presente, ammoniva, suggeriva una cura, offriva un presagio o annunciava qualcosa che ancora non era accaduto.

Dall’Egitto alla Mesopotamia, dalla Grecia alle Scritture bibliche, il sogno ritorna con una continuità difficile da considerare marginale. Non come semplice curiosità della notte, ma come esperienza alla quale intere culture hanno attribuito un valore religioso, simbolico e, in alcuni casi, persino terapeutico.

Ma che cosa cercavano davvero gli antichi in quelle immagini notturne?

E perché proprio il sonno fu ritenuto, in mondi tanto diversi tra loro, uno dei possibili luoghi d’incontro fra l’uomo e il sacro?

D: Ferrara, perché il sogno ebbe un’importanza tanto grande nelle civiltà antiche?

R: Perché l’uomo antico non separava necessariamente ciò che esiste secondo gli stessi criteri con i quali siamo abituati a interpretare oggi la realtà.

Ciò che accadeva durante il sonno non perdeva automaticamente consistenza soltanto perché non apparteneva alla veglia.

Era stato visto, udito, vissuto; poteva lasciare paura, inquietudine o la sensazione precisa di aver ricevuto qualcosa, anche una forma di consolazione. Pertanto, un sogno poteva certamente essere confuso, insignificante o ingannevole, ma poteva anche assumere il valore di un presagio, di un ammonimento o, in determinate circostanze, di una comunicazione proveniente dal divino.

Bisogna però evitare una semplificazione.

Non è corretto pensare che gli antichi attribuissero carattere sacro a qualsiasi sogno.

L’esistenza stessa di interpreti, repertori e criteri destinati a comprenderli ci racconta esattamente il contrario: occorreva distinguere ciò che poteva recare un significato da ciò che apparteneva semplicemente all’attività notturna dell’uomo.

Il problema dell’interpretazione, in fondo, è molto più antico di quanto siamo soliti immaginare.

D: Disponiamo di testimonianze concrete oppure molto di ciò che sappiamo deriva da ricostruzioni successive?

R: Le testimonianze esistono, e alcune sono straordinarie proprio perché ci permettono di uscire dal racconto generico e di entrare nella vita reale delle civiltà che stiamo osservando.

Il British Museum conserva, per esempio, il cosiddetto Papiro Chester Beatty III, proveniente da Deir el-Medina e databile intorno al 1220 a.C.

Una parte del papiro raccoglie vere e proprie interpretazioni dei sogni: determinate immagini vengono descritte e associate a esiti considerati favorevoli o sfavorevoli.

Sempre al British Museum è conservata una tavoletta tardo-babilonese, risalente approssimativamente al IV secolo a.C., collegata all’attività di quello che in termini spiccioli definiremmo “un interprete professionale di sogni”, e contenente indicazioni relative alla possibilità di ricevere un messaggio durante il sonno.

Ci troviamo quindi davanti a testimonianze provenienti da epoche, popoli e concezioni religiose differenti, ma accomunate da un elemento difficile da ignorare: il sogno poteva essere ritenuto sufficientemente importante da richiedere uomini preparati a interpretarlo e testi destinati a conservarne le possibili letture.

Non era soltanto qualcosa da raccontare al risveglio, ma in determinati contesti poteva diventare materia religiosa, rituale e persino decisionale.

D: Nella Grecia antica si arrivava persino a dormire nei santuari aspettando una risposta divina. Che cosa accadeva?

R: È ciò che conosciamo come incubazione rituale, una pratica particolarmente legata ai santuari di Asclepio.

Chi cercava una guarigione poteva recarsi nel santuario, sottoporsi a una preparazione e infine dormire in un luogo consacrato, nell’attesa che il dio apparisse in sogno, suggerisse una cura oppure intervenisse in qualche modo sulla malattia.

A Epidauro possediamo anche iscrizioni che raccontano guarigioni attribuite ad Asclepio.

Naturalmente, quando affrontiamo testimonianze di questo genere, dobbiamo distinguere ciò che possiamo documentare da ciò che apparteneva alla fede di quelle persone; e non possiamo dimostrare storicamente che Asclepio sia realmente apparso nel sogno di qualcuno.

Possiamo però affermare che uomini e donne si recavano davvero in quei santuari, compivano determinati riti e attribuivano a quanto vissuto durante il sonno un significato religioso e terapeutico.

Ed è precisamente qui che ritengo necessario evitare due errori opposti: guardare alle credenze antiche con sufficienza, riducendole a ingenuità di popoli lontani, oppure trasformare ogni testimonianza in una prova immediata del soprannaturale.

La ricerca deve procedere diversamente, perché prima viene ciò che possiamo conoscere e documentare, e poi, eventualmente, possiamo domandarci quale significato abbia assunto e quale parte di quel significato sia ancora capace di parlare all’uomo nostro contemporaneo.

D: Anche la Bibbia attribuisce grande importanza ai sogni. Possiamo parlare dello stesso fenomeno?

R: Esistono inevitabilmente punti di contatto con le culture circostanti, ma mettere tutto sullo stesso piano sarebbe un errore.

Nella Genesi Giacobbe sogna la scala che unisce la terra al cielo; Giuseppe sogna, interpreta i sogni altrui e arriva infine a spiegare quelli del faraone. Nel libro di Daniele il sogno assume anche una dimensione profetica e politica. Nel Nuovo Testamento, infatti, Giuseppe riceve più volte indicazioni durante il sonno.

La particolarità biblica, però, consiste nel fatto che il sogno non possiede di per sé un potere sacro. Non è il sogno, per sua natura, a diventare rivelazione: è Dio che può scegliere anche quella via per comunicare.

E c’è un altro elemento che considero fondamentale; la stessa Bibbia che racconta sogni rivelatori conosce anche il “falso sogno” e mette in guardia dal “falso profeta”. Questo significa che neppure all’interno delle Scritture esiste un equilibro stabile fra “ho sognato” e “Dio mi ha parlato”.

Il sogno, in questo contesto, può aprire una domanda ma non ne garantisce, da solo, la risposta.

D: Rimane allora una domanda: perché proprio il sonno? Perché culture tanto diverse hanno immaginato che il sogno potesse diventare un punto d’incontro con il divino?

R: Qui ci allontaniamo lentamente da ciò che i documenti possono dirci con certezza ed entriamo nella lettura simbolica.

Quando dormiamo perdiamo una parte del controllo che esercitiamo da svegli ed il tempo smette di comportarsi come siamo abituati a conoscerlo. Una persona morta può tornare davanti a noi come se fosse viva e luoghi lontanissimi possono trovarsi nello stesso istante. Possiamo parlare con qualcuno che non abbiamo mai incontrato o vivere una scena impossibile senza meravigliarcene fino al momento del risveglio.

Provare a immaginare che cosa tutto questo potesse rappresentare per un uomo vissuto migliaia di anni fa è già, di per sé, un esercizio interpretativo ed immersivo importante; ogni notte entrava in una realtà che non riusciva a comandare e dalla quale poteva tornare portando con sé un volto, una frase, un avvertimento, qualche volta persino la certezza interiore di aver incontrato qualcuno.

E allora possiamo porre una domanda senza pretendere di consegnarle una risposta definitiva.

Gli antichi considerarono sacro il sogno perché credevano che gli dèi potessero manifestarsi al suo interno, oppure fu proprio la potenza dell’esperienza onirica, la sua capacità di sottrarsi alla volontà e di presentarsi con immagini tanto vive, a convincerli che lì potesse affacciarsi qualcosa che oltrepassava l’uomo?

Forse, per loro, le due cose non erano nemmeno così distanti. Ed è proprio questo che trovo personalmente affascinante.

Molto prima che nascessero le nostre distinzioni fra psicologia, antropologia, religione e studio del simbolo, l’essere umano aveva già scoperto che esisteva dentro di lui qualcosa che, una volta chiusi gli occhi, continuava a produrre immagini, presenze e parole senza obbedire interamente alla sua volontà.

Quest’esperienza, la chiamò sogno.

E qualche volta pensò che quella voce non fosse soltanto la sua.



Emilio Ferrara è scrittore, simbolista e ricercatore indipendente. I suoi studi riguardano in particolare il simbolismo, le religioni antiche, le Sacre Scritture, le tradizioni iniziatiche, il mito e le differenti forme attraverso cui l’uomo, nel corso dei secoli, ha cercato di comprendere il proprio rapporto con il sacro e con la conoscenza.

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