
Per anni l’Italia è stata raccontata come il grande malato d’Europa: un Paese incapace di crescere, schiacciato dal debito, improduttivo, demograficamente condannato e destinato a inseguire le economie più avanzate.
Questa rappresentazione ha avuto una sua ragione d’essere, perché le fragilità italiane sono reali e non possono essere cancellate con una manciata di statistiche favorevoli.
Tuttavia, quando una narrazione diventa troppo comoda, finisce per trasformarsi in un pregiudizio.
I dati più recenti suggeriscono infatti un quadro più articolato. L’Italia ha ottenuto risultati importanti sul piano della crescita pro capite, dell’export, dell’occupazione e della percezione dei mercati.
In alcuni indicatori ha superato Paesi che per decenni sono stati considerati modelli irraggiungibili: Francia, Germania, Giappone e, in prospettiva, forse persino gli Stati Uniti sul piano della sostenibilità del debito pubblico.
È una notizia positiva, ma non autorizza né all’euforia né alla propaganda. Il vero punto non è stabilire se l’Italia sia improvvisamente diventata la locomotiva d’Europa.
Il punto è capire se questi progressi siano strutturali oppure il risultato di una fase favorevole, di rimbalzi statistici e di confronti selezionati.
Soprattutto, bisogna chiedersi perché un Paese che continua a crescere meno della media europea nel lungo periodo possa vantare, contemporaneamente, alcuni sorpassi significativi.
## Il Pil pro capite: un risultato importante, ma da leggere con cautela
Il primo elemento riguarda il Pil pro capite.
Ponendo come base il primo trimestre del 2016, nell’arco di dieci anni l’Italia avrebbe registrato una crescita superiore a quella degli altri Paesi del G7, fatta eccezione per gli Stati Uniti.
Prima della pandemia avrebbe già superato Francia, Giappone e Canada; nella fase di ripresa successiva al Covid avrebbe fatto meglio anche di Germania e Regno Unito.
Il dato è certamente rilevante. Misurare la crescita per abitante consente di evitare, almeno in parte, l’illusione prodotta dall’aumento del Pil complessivo in Paesi con una popolazione più dinamica.
Ma ogni confronto dipende dall’anno di partenza. Il 2026 non è un punto neutro: l’economia italiana arrivava da una lunga stagnazione, mentre altre economie avevano attraversato fasi differenti del ciclo.
La scelta della base può quindi amplificare o ridurre il risultato.
Inoltre, crescere più degli altri in un determinato intervallo non significa necessariamente essere diventati più ricchi degli altri.
L’Italia continua ad avere un Pil pro capite inferiore a quello di Germania, Francia e molte economie dell’Europa settentrionale.
Un Paese può migliorare rapidamente rispetto alla propria situazione di partenza e restare comunque indietro nel confronto complessivo.
La ripresa post-pandemica ha premiato l’Italia anche grazie alla specializzazione produttiva, agli incentivi, agli investimenti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza e alla forte domanda internazionale. Ma la domanda decisiva è se questa dinamica potrà continuare quando verranno meno alcuni sostegni straordinari.
La crescita sostenuta non si costruisce soltanto con il rimbalzo dopo una crisi: richiede produttività, capitale umano, innovazione, infrastrutture efficienti e una pubblica amministrazione capace di realizzare rapidamente gli investimenti.
Il risultato, dunque, va riconosciuto, ma non trasformato in una prova definitiva della rinascita italiana.
L’Italia ha mostrato di poter sorprendere. Deve ancora dimostrare di saper crescere con continuità.
## L’export supera il Giappone, ma la dimensione non basta
Il secondo sorpasso riguarda le esportazioni.
Nel 2025 l’export italiano avrebbe raggiunto il record di 643 miliardi di euro, con un avanzo commerciale di 50,7 miliardi.
Il valore è ancora più significativo se confrontato con il Giappone, Paese con una popolazione quasi doppia e per decenni considerato un gigante manifatturiero.
Il Made in Italy non coincide più soltanto con moda, arredamento, alimentare e meccanica tradizionale.
L’Italia esporta prodotti farmaceutici, cosmetici, componentistica avanzata, macchinari, navi, yacht, automobili ad alte prestazioni, prodotti agroalimentari e tecnologie aerospaziali. Questa diversificazione è un punto di forza spesso sottovalutato.
Molte imprese italiane hanno dimostrato una notevole capacità di adattamento.
In assenza di grandi conglomerati industriali paragonabili a quelli tedeschi o giapponesi, il sistema produttivo ha sviluppato reti di piccole e medie imprese altamente specializzate.
Sono aziende spesso invisibili al grande pubblico, ma decisive nelle catene internazionali del valore.
Anche qui, però, bisogna evitare confronti semplicistici. Il valore nominale dell’export dipende da prezzi, tassi di cambio, composizione dei beni e andamento della domanda globale.
Il Giappone, inoltre, ha una struttura economica e demografica molto diversa da quella italiana.
Il fatto che l’Italia esporti più del Giappone non significa automaticamente che il suo sistema industriale sia più produttivo o tecnologicamente più avanzato.
C’è poi un’altra criticità: una parte delle esportazioni italiane dipende da imprese di dimensioni ridotte, spesso con scarsa capacità finanziaria e limitati investimenti in ricerca.
Molte aziende sono eccellenti nella produzione, ma faticano a costruire marchi globali, piattaforme digitali e reti commerciali autonome.
L’export può essere un motore potente, ma non sostituisce una politica industriale di lungo periodo.
Il record delle esportazioni dimostra che l’Italia possiede un patrimonio industriale più robusto di quanto sostengano i profeti del declino.
Non dimostra, però, che tutti i problemi di competitività siano stati risolti.
## Occupazione in crescita, ma resta il nodo della qualità del lavoro
Il terzo sorpasso riguarda il mercato del lavoro.
Nel 2025 il tasso di disoccupazione italiano sarebbe sceso sotto la media dell’Eurozona, mantenendosi al di sotto anche nella prima metà del 2026.
Gli occupati e i dipendenti a tempo indeterminato avrebbero raggiunto livelli record, mentre la disoccupazione sarebbe scesa sotto quella registrata in diversi Paesi europei, tra cui Francia, Spagna, Svezia, Finlandia, Austria, Danimarca e Grecia.
È un miglioramento concreto e non dovrebbe essere minimizzato. L’aumento dell’occupazione rappresenta una condizione essenziale per sostenere i consumi, ridurre la povertà e rafforzare la fiducia delle famiglie. Il fatto che il numero degli occupati abbia raggiunto un massimo storico indica che il mercato del lavoro italiano non è immobile e che molte imprese continuano ad assumere.
Tuttavia, il tasso di disoccupazione non racconta tutto.
In Italia il problema storico non è soltanto il numero dei disoccupati, ma anche il basso tasso di partecipazione al mercato del lavoro.
Molte persone, soprattutto donne, giovani e residenti nel Mezzogiorno, non cercano un impiego o sono scoraggiate dalla difficoltà di trovarlo.
Se una parte della popolazione resta fuori dalle statistiche della disoccupazione perché non è attivamente alla ricerca di lavoro, il miglioramento del tasso può risultare meno significativo.
Resta inoltre il problema della qualità dell’occupazione.
Un posto di lavoro non è automaticamente un buon posto di lavoro.
Salari bassi, contratti instabili, part-time involontari, scarsa mobilità sociale e divari generazionali continuano a caratterizzare il sistema italiano.
Il numero degli occupati può aumentare mentre la produttività ristagna e la retribuzione reale fatica a recuperare l’inflazione.
Anche la distribuzione territoriale rimane squilibrata.
Un giovane del Nord inserito in un distretto industriale competitivo non vive le stesse opportunità di un coetaneo del Mezzogiorno.
La disoccupazione media nazionale può migliorare senza che il divario tra aree del Paese si riduca in modo significativo.
Il calo della grave deprivazione materiale, dai 7,4 milioni di persone del 2015 ai circa tre milioni del 2025, rappresenta un segnale incoraggiante.
Allo stesso modo, la riduzione al 22,6% della quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale indica un progresso.
Ma questi numeri non devono diventare un alibi per ignorare la povertà lavorativa, l’emergenza abitativa e la perdita di potere d’acquisto subita da molte famiglie.
## La fiducia dei mercati non equivale a una promozione definitiva
Il quarto sorpasso è forse quello più simbolico: il rendimento del Btp decennale è sceso sotto quello dell’Oat francese.
