Sulla carta si parla molto, nei fatti ancora poco: per colmare il vuoto di conducenti la strada è lunga, molto lunga!

Il tema della carenza di autisti professionali nel settore dell’autotrasporto è un problema noto e drammaticamente attuale, che impone una riflessione approfondita sulle cause e sulle possibili soluzioni.

Marica Desideri, figlia d’arte e presidente regionale Marche di PMIA autotrasporto UNILAVORO, offre un punto di vista unico e personale su questa questione che non riguarda soltanto dati statistici e politiche del lavoro, ma tocca le radici profonde di una passione che, oggi, fatica a essere trasmessa alle nuove generazioni.

Perché mancano gli autisti? Una passione che non si può più trasmettere come un tempo

La carenza di conducenti si manifesta come un fenomeno epocale, che non si può spiegare solo con numeri e incentivi economici, ma deve essere analizzato partendo dalla base: la passione per i camion, per la strada e per il mestiere del camionista.

Questa passione non si insegna semplicemente a scuola o attraverso corsi professionali, ma si vive, si respira, si trasmette da un’esperienza vissuta nel quotidiano, minuto per minuto.

Marica Desideri sottolinea come, un tempo, la passione nascesse spontaneamente, quasi per osmosi, grazie a un contesto familiare e sociale in cui tutto ruotava intorno al mondo dell’autotrasporto.

In famiglia si parlava continuamente di camion, motori, viaggi, strada.

Si sentiva l’odore del gasolio e dei gas di scarico, certe atmosfere erano vissute a pieni polmoni e rappresentavano uno stile di vita.

Crescere in mezzo a quei rumori e profumi significava assimilare un modo di pensare e di essere, qualcosa che andava oltre il semplice lavoro, quasi un’eredità culturale e identitaria.

Quella passione nasceva dalla possibilità concreta di salire sul camion insieme al proprio papà, di stare accanto a lui, osservare il suo lavoro, ascoltare i racconti delle strade percorse, delle sfide affrontate.

Quei momenti di condivisione rappresentavano un battesimo d’ingresso, un primo incontro con il fascino della vita on the road e con tutto ciò che essa implicava.

La solitudine del camionista oggi: un nodo cruciale

Uno degli elementi che maggiormente sono cambiati negli anni e che contribuiscono a rendere meno attraente la professione è la crescente solitudine del conducente.

Marica Desideri pone una domanda provocatoria e toccante: perché un camionista deve essere sempre solo?

In un’epoca in cui, per esempio, si fa tanto per integrare i cani in ufficio o si riconosce il valore della pet therapy, sembra paradossale che non venga concessa almeno qualche occasione per portare con sé una persona cara durante il viaggio.

In passato, le mogli potevano seguire i mariti nei fine settimana e condividere parte di quel tempo lontano da casa; i figli avevano la possibilità di stare con i propri padri, guardare con i propri occhi cosa significava quel lavoro e forse, anche solo per gioco o per curiosità, iniziare a sentirne l’attrazione.

Oggi questa opportunità è stata persa perché le norme, le esigenze aziendali e forse anche una certa rigidità culturale tendono a isolare il camionista in cabina, privandolo di quelle piccole ma fondamentali occasioni umane.

Questo isolamento non è solo fisico ma anche emotivo.

Il lavoro diventa sempre più alienante se non riesce a mantenere un legame umano e affettivo che lo renda sostenibile nel lungo periodo.

La solitudine, unita alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, scoraggia molti giovani a scegliere questa professione, allontanandoli da una realtà che una volta era vissuta con entusiasmo.

I cambiamenti dello stile di vita e la crisi della trasmissione della passione

La trasformazione dei modelli sociali e lavorativi ha inciso profondamente sulla capacità di trasmettere la passione per l’autotrasporto.

La vita frenetica, le regolamentazioni sempre più stringenti, la competizione economica hanno reso il mestiere più gravoso.

Se alcuni aspetti sono migliorati – migliori standard di sicurezza, mezzi più tecnologici, magari condizioni igieniche più adeguate –, altri sono peggiorati sotto il profilo umano, creando un equilibrio difficile da mantenere.

Marica Desideri rivendica il diritto di poter condividere almeno in alcune occasioni i momenti di lavoro con persone care, per spezzare la solitudine e permettere che i bambini e i ragazzi possano conoscere questo mondo dall’interno.

Non si tratta di promuovere a tutti i costi la professione verso le nuove generazioni, perché tutti conoscono i sacrifici che essa comporta, ma di offrire la possibilità di scoprirla, di avvicinarsi senza barriere, per lasciar nascere e crescere una passione autentica e consapevole.

L’importanza di creare una cultura dell’autotrasporto che coinvolga anche i familiari

Per ridurre il gap di autisti serve lavorare su vari fronti.

Non bastano incentivi economici e politiche di reclutamento: è fondamentale costruire un ambiente che valorizzi l’aspetto umano e relazionale del lavoro.

Questo significa, per esempio, promuovere iniziative aperte alle famiglie, eventi e giornate dedicate in cui si possa mostrare la realtà del trasporto su strada, permettendo ai figli di salire sui mezzi, vedere come funziona e percepire il valore di quel mestiere.

Anche le aziende e i responsabili politici dovrebbero interrogarsi sulle norme che limitano la presenza di persone estranee al personale di bordo e valutare se sia possibile introdurre modalità che mantengano la sicurezza senza escludere la dimensione affettiva.

Un camionista felice, meno solo, è anche un lavoratore più motivato e affidabile.

Conclusioni: la strada da percorrere è lunga, ma non impossibile

La carenza di autisti è un problema complesso che richiede soluzioni integrate, capaci di coniugare tecnologia, formazione, condizioni di lavoro e soprattutto la dimensione emotiva e relazionale che fa nascere e alimenta la passione.

Come ricorda Marica Desideri, la passione non si impone, nasce da sé, guardando, ascoltando, vivendo un’esperienza che deve essere accessibile fin dall’infanzia.

Se oggi non riusciamo più a far salire sui camion i bambini accanto ai loro papà, se impediamo alle famiglie di condividere anche solo una piccola parte di questa vita, ci ritroveremo inevitabilmente a domandarci, ancora una volta, dove sono finiti gli autisti.

E la risposta sarà chiara: sono là, lontani dal cuore di questa professione, perché abbiamo dimenticato che dietro a un mestiere fatto di strade infinite e orizzonti lontani, c’è soprattutto una storia di persone, di passioni condivise e di legami umani da preservare e coltivare.

Colmare il vuoto di conducenti richiederà tempo, impegno e la capacità di tornare a far vivere quell’ambiente di passione che è alla base di ogni grande famiglia di autotrasporto.

Solo così la strada potrà diventare un luogo non solo di lavoro, ma di vita vissuta e amata da molte generazioni ancora a venire.

Di Admin

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