Il debito pubblico italiano è il più grande d’Europa e tra i più grandi del mondo: a maggio 2026 ha raggiunto 3.181,1 miliardi di euro, un nuovo record.

Per capire cosa significa davvero, quanto pesa sulle tasche di ogni cittadino e perché continua a crescere, bisogna partire dalle basi: cos’è il debito pubblico, come si è formato, chi lo detiene e quanto costa ogni anno solo per pagarne gli interessi.

Grafica sul debito pubblico in Italia, con la scritta 'DEBITO PUBBLICO ITALIA' e dati evidenti di 3.181 miliardi di euro, accompagnata da monete e documenti finanziari.

Per capire chi abbia causato il debito pubblico italiano non basta osservare la cifra raggiunta oggi.

Il debito è uno stock: la somma, nel tempo, di disavanzi, interessi, operazioni finanziarie e variazioni del prodotto interno lordo.

Per individuare le responsabilità politiche, bisogna invece distinguere due elementi: il saldo primario e la spesa per interessi.

Il saldo primario misura la differenza tra le entrate dello Stato e le sue spese, escludendo gli interessi sul debito già accumulato.

Se è negativo, significa che lo Stato spende più di quanto incassa per finanziare i propri servizi e le proprie politiche. In questo caso, deve ricorrere a nuovo debito.

La spesa per interessi, invece, rappresenta il costo dell’eredità ricevuta: non crea necessariamente il debito originario, ma lo rende più oneroso e può provocare un effetto di moltiplicazione.

Questa distinzione consente di rispondere con maggiore precisione alla domanda: chi ha costruito la montagna del debito pubblico italiano?

La frattura degli anni Settanta

Il problema italiano comincia a manifestarsi in modo strutturale nella seconda metà degli anni Settanta. Fino ad allora il debito pubblico era relativamente contenuto rispetto al prodotto interno lordo.

Successivamente, però, lo Stato entra in una fase di disavanzi persistenti: la spesa cresce più rapidamente delle entrate e il bilancio primario rimane spesso negativo.

In quel periodo si afferma un modello politico ed economico fondato sull’espansione della spesa pubblica, sull’ampliamento dello Stato sociale, sul sostegno alle imprese e sull’utilizzo della spesa come strumento di consenso.

Molte misure potevano essere giustificate singolarmente, ma il loro finanziamento non era sempre sostenibile.

Lo Stato prometteva più di quanto fosse in grado di pagare con le entrate correnti.

Il punto decisivo non è che la spesa pubblica fosse necessariamente tutta improduttiva.

Il problema è che una parte crescente di essa veniva finanziata a debito, senza un adeguato aumento della base imponibile e senza una strategia credibile di rientro.

Quando un Paese registra un disavanzo primario per un solo anno, l’effetto può essere gestibile. Quando lo registra per molti anni consecutivi, il debito comincia ad alimentarsi da solo.

L’esplosione tra il 1980 e il 1994

La fase determinante è quella compresa tra il 1980 e il 1994. Nel 1980 il rapporto tra debito pubblico e PIL era attorno al 59%.

Nel 1993 era arrivato vicino al 119% e nel 1994 superava il 120%

. In poco più di un decennio, dunque, il rapporto debito/PIL era praticamente raddoppiato.

Un aumento di tale dimensione non può essere attribuito soltanto alla recessione, alla speculazione finanziaria o all’aumento dei tassi d’interesse.

Questi fattori ebbero certamente un ruolo importante, ma agirono su una situazione già resa fragile da anni di disavanzi primari.

Negli anni Ottanta lo Stato continuò infatti a spendere, al netto degli interessi, più di quanto incassasse.

Il saldo primario rimase negativo per gran parte del decennio e raggiunse livelli particolarmente elevati.

Secondo le serie storiche di finanza pubblica, il saldo primario fu pari a circa -2,3% del PIL nel 1983, a -3,1% nel 1984 e a circa -4% nel 1985.

Il disavanzo primario rimase negativo fino alla prima metà degli anni Novanta.

Questi dati sono essenziali perché mostrano l’origine politica del problema.

Prima ancora di pagare gli interessi sul debito, lo Stato spendeva più di quanto incassasse.

Ogni anno una parte delle nuove emissioni serviva quindi non soltanto a rifinanziare il debito precedente, ma anche a coprire la differenza tra entrate e uscite ordinarie.

Il ruolo degli interessi

Gli interessi non devono essere ignorati.

Tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, il loro peso sul bilancio pubblico divenne enorme.

Il debito cresceva, i tassi erano elevati e gli investitori chiedevano rendimenti significativi per acquistare titoli italiani.

Una quota crescente delle entrate fiscali doveva essere destinata al servizio del debito anziché a investimenti, riduzione delle imposte o miglioramento dei servizi.

Si instaurò così un circolo vizioso:

  1. lo Stato registrava disavanzi primari;
  2. emetteva nuovo debito;
  3. il debito più elevato generava maggiori interessi;
  4. gli interessi aumentavano il fabbisogno complessivo;
  5. per coprire il nuovo fabbisogno veniva emesso altro debito.

In altre parole, la spesa primaria eccessiva costruì il problema, mentre gli interessi lo resero esplosivo.

Sostenere che tutto sia stato causato dagli interessi sarebbe però fuorviante.

Gli interessi diventano insostenibili perché esiste già uno stock di debito molto elevato.

Senza i disavanzi primari degli anni precedenti, il peso degli interessi non avrebbe assunto quelle dimensioni.

La dinamica finanziaria può essere rappresentata come una valanga: la neve iniziale viene accumulata dalle politiche di bilancio; poi la pendenza e la velocità trasformano quella massa in un fenomeno difficile da arrestare.

Chi governava?

La maggiore espansione del debito coincide con i governi della Prima Repubblica, prevalentemente di area democristiana e di centro-sinistra, e con la stagione del pentapartito.

Non si tratta della responsabilità di una sola persona né di un singolo partito.

A governare, in diverse combinazioni, furono soprattutto la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano, il Partito Socialdemocratico, il Partito Repubblicano e il Partito Liberale.

In particolare, gli anni Ottanta videro i governi guidati da esponenti della DC, i due governi Craxi, quindi i governi Goria, De Mita e Andreotti.

Attribuire l’intera responsabilità a un solo leader sarebbe storicamente semplicistico.

Il debito fu prodotto da una classe politica nel suo complesso, sostenuta da coalizioni che per anni rinviarono l’aggiustamento dei conti.

La competizione elettorale spingeva a promettere benefici immediati, mentre i costi sarebbero ricaduti sulle generazioni successive.

Il meccanismo era politicamente conveniente: aumentare pensioni, trasferimenti, assunzioni pubbliche, agevolazioni e interventi settoriali generava consenso immediato.

Il finanziamento attraverso il debito, invece, rinviava il costo nel tempo.

In questo modo il cittadino poteva percepire il beneficio senza vedere subito l’aumento delle imposte necessario a sostenerlo.

Il problema non fu soltanto la quantità della spesa, ma l’assenza di un vincolo finanziario credibile.

Per lungo tempo, la classe dirigente italiana si comportò come se il debito potesse crescere indefinitamente senza conseguenze. Quando i mercati persero fiducia e il costo del finanziamento aumentò, il conto divenne inevitabile.

Il 1992 e la svolta

Nel 1992 l’Italia tornò a registrare un avanzo primario dopo molti anni di risultati negativi.

Questo significa che, al netto degli interessi, le entrate dello Stato superarono le spese.

Tuttavia, il rapporto debito/PIL continuò a crescere fino al 1994.

Non c’è contraddizione.

Un avanzo primario non basta automaticamente a ridurre il rapporto debito/PIL.

Per ottenere una diminuzione è necessario che l’avanzo sia abbastanza elevato da compensare gli interessi sul debito e, inoltre, che l’economia cresca in misura sufficiente.

Se gli interessi sono molto alti e il PIL ristagna o diminuisce, il debito può continuare ad aumentare anche quando il bilancio primario è in avanzo.

Dal 1992 in poi, l’Italia avviò una lunga fase di risanamento.

Per circa un quarto di secolo, con governi di centro-destra, di centro-sinistra e di diversa composizione, il Paese mantenne generalmente avanzi primari.

Questo risultato fu ottenuto attraverso aumenti delle entrate, contenimento della spesa e riforme spesso impopolari.

Quei governi possono essere criticati per avere aumentato il debito in alcuni anni, per non aver ridotto abbastanza la spesa o per avere adottato misure temporanee.

Tuttavia, la distinzione storica rimane fondamentale: dopo il 1992 essi operarono su un debito già superiore al 100% del PIL.

Potevano aumentarlo, stabilizzarlo o ridurlo,

Di Admin

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