De Ficchy Giovanni

La sinistra è tornata ancora una volta a parlare di salario minimo, il segretario del Pd, Elly Schlein. “C’è un dramma di questo Paese di cui non sentiamo parlare mai: la precarietà e il lavoro povero.

alario minimo subito, Meloni non perda tempo.

Abbiamo raccolto più di centomila firme di cittadini in carne e ossa, c’è una legge di iniziativa popolare unitaria proposta dalle opposizioni, il governo ha il dovere di calendarizzarla.

Lo dichiara la segretaria del Pd Elly Schlein.

bassi salari sono una concausa determinante del calo dei consumi interni, con ovvie ricadute sul Pil, della crisi demografica, del blocco dell’ascensore sociale, dell’insufficiente crescita della produttività delle imprese italiane.

Al centro del dibattito ormai da alcuni anni, con la festività del primo maggio, è così tornata attuale, la proposta di legge volta all’introduzione nel nostro Paese del salario minimo, sembrerebbe non considerare assolutamente le moltissime variabili di un mercato così complesso come quello del lavoro.

Pur riconoscendo che la precarietà e il lavoro povero rappresentano due tristi piaghe della nostra società, molti rimangono comunque i rischi e le criticità legate all’introduzione di un salario minimo nel nostro Paese.

Il paradosso è che il salario minimo potrebbe rischiare di diventare un parametro sostitutivo e non aggiuntivo rispetto alla contrattazione collettiva, con il risultato di peggiorare per paradosso il salario di molti più lavoratori di quelli ai quali lo migliorerebbe.

Titolo accattivante ma risultato che rischia di essere controproducente, la norma consentirebbe alle aziende più spregiudicate di uscire dalla contrattazione collettiva e adottare solo il salario minimo legale.

Le conseguenze per i diritti e le retribuzioni sarebbero drammatiche: i lavoratori non solo perderebbero tutte le garanzie della parte normativa dei Ccnl, ma anche gli istituti contrattuali che concorrono alla retribuzione.

Si perderebbero in un sol colpo l’accesso ai permessi per motivi familiari o di studio, le indennità previste dai contratti (ad esempio il maneggio denaro, l’indennità di rischio, la reperibilità e altro), gli scatti di anzianità, le maggiorazioni per lavoro festivo e notturno, gli stanziamenti per il welfare aziendale e sanitario, che oggi sono cospicui e fondamentali in tanti settori.

L’elenco potrebbe continuare a lungo.

Va ricordato inoltre, che larga parte della povertà salariale non è determinata (solo) da basse paghe orarie, ma dal lavoro nero, dal lavoro grigio (lavoratori assunti a 18 ore settimanali che ne lavorano 40), dai part-time involontari (soprattutto lavoratrici con contratti da 3 o 4 ore giornaliere), dagli orari spezzati, dalle finte partite Iva e dalle altrettanto fasulle collaborazioni.

Tutti fenomeni che non verrebbero intaccati dall’introduzione del salario minimo.

Si tratterebbe, a detta di molti esperti e di alcune forze politiche, di una misura semplicistica che rischia di appiattire le retribuzioni, penalizzando soprattutto i lavoratori più qualificati e quelli operanti in settori ad alta specializzazione.

Il timore è che un salario minimo imposto per legge possa innescare una spirale inflattiva, con conseguente aumento dei prezzi dei beni e dei servizi, vanificando di fatto i benefici per i lavoratori con le retribuzioni più basse.

Infatti l’imposizione di un salario minimo finirebbe col gravare interamente sui bilanci aziendali, finendo così col compromettere ulteriormente la stabilità finanziaria delle imprese, che si troverebbero a dover fare i conti con un aumento esponenziale dei costi del lavoro. E, inutile sottolinearlo, in una fase storica cotanto delicata, sarebbe senza dubbio più proficuo supportare chi produce, magari detassando in maniera strutturale il costo del lavoro, piuttosto che accrescerne l’incidenza.

Inoltre, si solleva la questione della compatibilità con la contrattazione collettiva, pilastro del nostro sistema di relazioni industriali, che, grazie alla sua flessibilità e capacità di adattamento alle specifiche realtà settoriali e territoriali, ha finora garantito una tutela più efficace dei salari.

Si teme che un intervento legislativo dall’alto possa minare l’autonomia delle parti sociali e la loro capacità di negoziare condizioni salariali adeguate alle diverse professionalità e competenze.

L’Italia è fra i Paesi europei con la più alta copertura contrattuale, già oggi superiore a quanto la direttiva in discussione indica come obiettivo per il futuro.

Nel nostro paese minimi salariali sono già previsti dalla contrattazione collettiva in coerenza con il dettato costituzionale (art. 41).

Ci sembra davvero necessario introdurre un salario minimo per legge?

Andando a demandare completamente quello che è il ruolo del Sindacato e Corpi intermedi nonché della contrattazione collettiva?

Un’altra criticità riguarda la definizione stessa del salario minimo: quale dovrebbe essere l’importo? Come andrebbe aggiornato nel tempo? Quali categorie di lavoratori andrebbero escluse?

Domande che richiedono risposte ponderate e che, se affrontate in modo superficiale, rischiano di generare distorsioni e iniquità nel mercato del lavoro.

Insomma, la partita è ancora aperta e il dibattito si preannuncia acceso, con il rischio di contrapposizioni ideologiche che potrebbero ostacolare una soluzione condivisa e realmente efficace.

Ritengo che per migliorare il potere d’acquisto dei lavoratori sarebbe più efficace puntare su altre misure, come la riduzione del cuneo fiscale, la detassazione della produttività e il rilancio della contrattazione collettiva.

Un altro punto importante per aumentare il potere d’acquisto riguarda l’incentivazione della contrattazione di secondo livello.

Di Admin

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