
In un’epoca in cui la politica sembra assomigliare sempre di più a un reality show, assistere alla nascita del “campo largo” grillizzato è come guardare una commedia surreale.
Immaginate un gruppo di personaggi provenienti da mondi totalmente sganciati dalla realtà italiana, che cercano di risolvere problemi che, francamente, nemmeno loro comprendono.
Un po’ come se un cast di ex “star” di Hollywood venisse catapultato in Italia con l’incarico di ristrutturare il nostro disastrato sistema economico-sociale.
Si potrebbe pensare che ci sia qualche legame tra le soluzioni miracolose proposte in quel magico mondo chiamato Stati Uniti e la nostra Peninsola, ma, ahimè, alziamo le mani!
Siamo un paese che vanta una tassazione e una spesa pubblica che, seppur con più della metà del PIL, riesce tuttavia a sorprendere anche i più abili contabili d’oltreoceano, dove il governo tassa – attenzione – solo il 30% del PIL.
Meno tasse, più libertà, direbbero loro.
Qui da noi, invece, si tratta di trovare il modo per convivere con il fatto che oltre il 50% dei nostri soldi va a finire nei meandri dello Stato.
Ma c’è di peggio!
Sappiamo bene che sei delle prime dieci aziende italiane sono a controllo pubblico, e non stiamo parlando di fantastici laboratori di innovazione, ma di strutture che spesso galleggiano, anzi affondano, nel mediocre mare burocratico.
Eppure, basterebbe guardare a modelli virtuosi, a come altre nazioni europee gestiscono le proprie partecipazioni statali, per capire che un’altra strada è possibile. Invece, persistiamo nell’errore, nell’immobilismo, nel clientelismo più becero.
E così, mentre il mondo corre, noi restiamo impantanati, con le nostre eccellenze soffocate da una gestione miope e da una politica che pensa più a spartirsi le poltrone che a creare valore per il Paese.
Un vero peccato, perché il potenziale ci sarebbe, eccome.
Basterebbe solo la volontà di cambiare, di osare, di affidarsi a manager capaci e meritocratici.
Ma forse, chiedere troppo è segno di ingenuità.
E che dire del fatto che lo Stato è il primo azionista della Borsa Italiana?
Se non altro, possiamo dire che questo fa di noi un popolo di azionisti… ah no, scusate, di occupati statali.
Con ben 3,55 milioni di dipendenti pubblici!
Potremmo affrontare qualsiasi crisi con un esercito di funzionari pronti all’azione… o, più verosimilmente, pronti a dibattere sul colore delle penne da ufficio.
E mentre i politici dall’altra parte dell’Atlantico si scervellano per mantenere basse le tasse, qui in Italia ci chiediamo come far quadrare i conti con una spesa pensionistica che, con un 16,5% del PIL, ci rende campioni indiscussi in Europa.
Ma chi può biasimare i nostri pensionati?
Hanno lavorato sodo per decenni (o almeno così dicono), e ora possono godersi una pensione invidiabile. Magari seduti su una panchina a contemplare il dramma quotidiano del nostro sistema.
E, parliamo pure del lavoro: solo il 62% della popolazione in età lavorativa è attualmente impiegata.
Il resto?
Una massa di percettori di sussidi, tra cui 1,8 milioni di cittadini che ricevono il reddito di inclusione e 2,9 milioni di pensioni di invalidità.
Altro che reddito di cittadinanza!
Qui, potremmo dire, ci stiamo preparando a una nuova era di “benessere”.
D’altronde, siamo tutti un po’ artisti della sopravvivenza, no?
Passando al punto cruciale: quale rilevanza possono avere per noi le idee brillanti emerse tra i grattacieli di New York?
Un paese che, pur avendo un certo fascino, presenta un welfare quasi inesistente, tasse ridicole e livelli di disuguaglianza talmente alti che fanno invidia anche ai più esperti giocolieri della povertà.
E dove la meritocrazia è un concetto talmente distorto che premia non tanto chi si impegna, quanto chi ha le spalle coperte. Un posto dove la sanità è un optional per ricchi, l’istruzione un privilegio per pochi e la giustizia una roulette russa. Eppure, c’è chi lo ama, questo paese.
Chi ne difende l’indifendibile con argomentazioni che sfidano la logica e il buon senso.
Sarà forse la bellezza dei paesaggi, il calore della gente, o semplicemente l’innata capacità di illudersi che, in fondo, tutto sommato, non si sta poi così male.
Ma la verità è che, dietro la facciata pittoresca, si nasconde una realtà ben più amara, fatta di soprusi, ingiustizie e una classe politica che sembra aver dimenticato il significato della parola “servizio”.
Un paese, insomma, da amare e odiare allo stesso tempo.
Un paradosso tutto italiano.
C’è chi direbbe che l’America è il sogno di tutti, ma noi italiani sappiamo che il sogno è solo un bel racconto da raccontare mentre sorseggiamo un espresso.
Immaginate quindi un incontro tra rappresentanti del “campo largo” e i guru del neoliberismo americano. Si parlerebbe di tagli alle tasse, di incentivi per le start-up e di come i mercati possano risolvere tutto.
Ma quando si tornerebbe a casa, ci aspetterebbe la dura realtà.
Le carenze del sistema, dal welfare ai servizi pubblici, dal lavoro alla previdenza sociale, sono intrinsecamente italiane, impossibili da risolvere con soluzioni che sembrano rubate da una sitcom.
Nella nostra bizzarra commedia, i neoleghisti e i neo-liberisti sembrano conversare come vecchi amici, mentre noi spettatori osserviamo increduli.
“Ehi, ma noi non siamo cresciuti con Superman e Spider-Man!”, ci verrebbe da urlare.
Per non parlare della questione del debito pubblico, che ci sovrasta come un’enorme nuvola nera, pronta a scaricare la sua pioggia di lacrime e preoccupazioni.
Dunque, mentre i “grilli” danzano sulla pista della frivolezza politica, noi italiani continuiamo a navigare in un mare di contraddizioni e paradossi.
Potremmo inventare una serie TV basata su questa satira della realtà, dove ogni puntata si chiuderebbe con una morale che, per quanto assurda, ci salverebbe dal naufragio.
In conclusione, se c’è una cosa che possiamo affermare con certezza, è che le soluzioni americane non troveranno mai spazio nel nostro cuore italiano.
Ciò di cui abbiamo bisogno è un po’ di autocritica e una sana dose di realismo.
Non servono supereroi o miti da perseguire; piuttosto, è il tempo di tornare a radici solide e a un dialogo sincero su come costruire un’Italia che funzioni davvero, senza cercare risposte nel campo delle meraviglie statunitensi.
Perché, alla fine, il nostro vero sogno dovrebbe essere quello di creare una società in cui ognuno possa dar vita alle proprie aspirazioni, non affogare nel mare di problemi creati da un sistema che fa acqua da tutte le parti.
E magari, con un sorriso amaro e un bicchiere di vino in mano, potremmo finalmente dire: “Ecco, questo è il vero neorealismo italiano!”.
