MA LA GIP NON GLI CREDE

Ah, la giustizia italiana e le sue meravigliose trame da thriller politico!

Il capitolo più recente dell’epopea intitolata “Lavitola, Ranucci e il Mossad” sembra uscito direttamente da un romanzo di John le Carré, ma con quell’inconfondibile tocco tricolore di confusione e incredulità.

Valter Lavitola, imprenditore da storie torbide e protagonista delle cronache giudiziarie come pochi, ha deciso di sbottonarsi davanti alla gip di Roma e confessare una cosa che nemmeno Quentin Tarantino avrebbe osato inventare: lui sarebbe stato il mandante dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci, colui che conduce Report, il programma che smonta scandalo dopo scandalo senza risparmiarsi.

Ma attenzione, c’è un deus ex machina degno di nota – secondo Lavitola, dietro quel folle gesto si nasconderebbe niente meno che il Mossad, con l’obiettivo di far fuori Ranucci.

Sì, avete letto bene. Il servizio segreto israeliano accusato di voler eliminare in Italia un giornalista scomodo, probabilmente per evitare che scoprisse qualche verità troppo scottante (molto probabilmente riguardante le cene di pesce, ma il dettaglio non è ancora chiaro).

Lavitola sostiene che l’attentato sarebbe stato ideato proprio per mettere in sicurezza Ranucci aumentando il livello della sua scorta: insomma, una protezione nascosta dietro una minaccia mortale.

Una strategia quasi da film di spionaggio, anzi, più da soap opera politica, se ci pensate bene. Peccato che la gip Iole Moricca, giusto per non fare troppo la figura degli ingenui, abbia fatto scopa con la realtà e ha respinto categoricamente questa favola del Mossad assassino.

Per lei, le dichiarazioni di Lavitola non sono credibili, e quindi custodia cautelare in carcere per l’imprenditore con tanto di rischio fuga e possibile manipolazione delle prove.

Insomma, se qualcuno sperava in un po’ di spettacolo alla James Bond, deve rassegnarsi: qui la legge è una cosa seria, anche se la trama sembra uscita da un romanzo noir.

Ecco il vero capolavoro paradossale: la Procura ha una visione diversa da quella di Lavitola stessa.

Secondo gli inquirenti, l’attentato non era volto a uccidere Ranucci, ma a farlo diventare un eroe nazionale, una star da talk show pronta a fare il salto in politica.

Lavitola, invece di un Killer del Mossad, appare più come un grande PR di pessimo gusto.

Le chat che parlano di Ranucci come di un potenziale leader politico contribuiscono a dipingere un quadro strano – un complotto per promuovere il giornalista, a sua insaputa, nel suo futuro radioso da paladino della nazione.

Sigfrido Ranucci?

Del tutto ignaro del siparietto a cui è stato involontariamente protagonista.

Probabilmente, mentre Lavitola tramava attentati o strategie politiche, lui stava solamente facendo il suo lavoro: scavando tra scandali e rivelazioni.

Chissà cosa penserà adesso, quando scoprirà che rischiava di diventare una rockstar politica grazie a un tentato omicidio ordito da uno dei personaggi più fumosi della scena italiana.

Ma attenzione, veniamo alla sostanza fondamentale: le piroette del Mossad rimangono una versione esclusiva di Lavitola, senza alcuna prova tangibile a supporto.

La giudice ha chiarito che questa storia è più fumo che arrosto, frutto forse di una mente fertile o di un tentativo disperato di cavarsela in modo originale.

Le indagini proseguiranno, sarà interessante vedere se i dispositivi sequestrati, le chat e altri elementi potranno finalmente raccontare una verità meno surreale.

Questo caso è un cocktail esplosivo di politica, informazione, intrighi internazionali e giudiziaria che sembrano usciti da un set cinematografico tricolore, dove la realtà supera spesso la fantasia.

Nel frattempo, la giustizia fa il suo corso, il Mossad resta impassibile e noi restiamo qui a chiedere: ma davvero esistono complotti così contorti… o siamo solo nell’ennesima puntata di una soap dal finale ancora tutto da scrivere?

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Di Admin

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