Quando l’ignoranza diventa un’arma politica

C’è un modo di fare politica che non consiste nel discutere le idee, analizzare i problemi o provare a convincere gli elettori. Consiste, piuttosto, nel classificare le persone.

Da una parte gli “istruiti”, quelli che comprendono davvero la complessità del mondo; dall’altra gli ignoranti, colpevoli di non votare nel modo ritenuto corretto.

È una tentazione antica, ma negli ultimi anni è diventata una vera strategia comunicativa.

Quando un partito perde consenso, invece di chiedersi perché, può scegliere la strada più semplice: accusare gli elettori di essere manipolati, incompetenti o incapaci di comprendere il bene comune.

Le recenti uscite attribuite a Bonaccini si inseriscono in questo clima.

Il problema non è soltanto la singola frase, né il tono più o meno arrogante.

Il problema è l’idea di fondo: che il titolo di studio, il livello culturale o la presunta competenza possano trasformarsi in una patente di superiorità politica.

Eppure la democrazia non funziona così.

Il diritto di voto non appartiene ai laureati, ai tecnici o agli iscritti ai circoli di partito. Appartiene a tutti.

L’istruzione non garantisce automaticamente buone scelte politiche

Lo ammetto: non sono uno che si è consumato soltanto sui libri.

Ho lavorato, vissuto esperienze diverse e, comunque, il mio percorso di studio l’ho portato avanti fino al Master.

Non so se, per gli altissimi standard di Bonaccini, questo sia sufficiente per essere considerato adeguatamente istruito.

Ma il punto non è stabilire chi abbia studiato di più.

Il punto è capire se il livello di istruzione possa essere usato come strumento per delegittimare chi esprime un’opinione diversa.

La risposta dovrebbe essere ovvia: no.

Una persona istruita può commettere errori, sostenere politiche dannose o difendere interessi lontani da quelli della maggioranza.

Allo stesso modo, una persona senza un percorso accademico può avere esperienza concreta, capacità critica e una conoscenza profonda della realtà sociale.

Chi vive ogni giorno le difficoltà del lavoro precario, dei servizi pubblici che non funzionano o delle liste d’attesa interminabili non è “ignorante” perché giudica negativamente chi ha governato.

Anzi, spesso possiede una forma di conoscenza che nei palazzi viene ignorata: quella della vita quotidiana.

Ridurre il dissenso a ignoranza è una scorciatoia

Quando un esponente politico definisce ignoranti coloro che non lo sostengono, non sta dimostrando particolare competenza. Sta evitando il confronto.

Invece di rispondere alle critiche, si sposta la discussione sul carattere, sulla cultura o sull’intelligenza degli interlocutori.

È una tecnica efficace perché consente di non affrontare le domande scomode.

Se chi critica viene presentato come incapace di capire, allora non è più necessario spiegare le proprie scelte.

Ma gli elettori hanno il diritto di chiedere conto delle politiche sostenute.

Hanno il diritto di ricordare il Jobs Act, le riforme del lavoro, la Buona Scuola, le decisioni economiche imposte in nome dell’austerità e il sostegno a una visione sempre più tecnocratica dell’Europa.

Possono contestare il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione.

Possono criticare i tagli alla sanità pubblica, la cementificazione del territorio, il riarmo e le politiche belliciste.

Possono domandarsi perché partiti che si definiscono progressisti abbiano spesso difeso misure percepite come penalizzanti per i lavoratori, i giovani e le fasce più fragili.

Tutto questo non è ignoranza.

È dissenso politico.

Le contraddizioni di una sinistra che ha perso il suo popolo

La parte più difficile da accettare, per un certo centrosinistra, è che molte persone non si sono allontanate dalla politica perché disinteressate.

Si sono allontanate perché hanno osservato le scelte compiute dai partiti e non vi hanno più riconosciuto i propri interessi.

Per anni, una parte della sinistra ha difeso politiche di mercato, precarizzazione e contenimento della spesa pubblica, presentandole come inevitabili.

Ha sostenuto governi tecnici o di larghe intese anche quando il risultato elettorale non sembrava premiarla.

Ha approvato riforme che hanno indebolito il rapporto con il mondo del lavoro e, successivamente, ha cercato di recuperare credibilità con slogan sociali e promesse di protezione.

Il risultato è stato un divario sempre più profondo tra le parole e i fatti.

Da una parte si parla di diritti, inclusione e giustizia sociale.

Dall’altra si difendono decisioni che aumentano la precarietà, riducono il ruolo dello Stato e trasformano servizi essenziali in settori da amministrare secondo logiche aziendali.

Quando poi gli elettori reagiscono, arriva l’accusa di ignoranza.

Ma è una risposta debole.

Chi ha perso il contatto con le masse dovrebbe chiedersi che cosa abbia fatto per perderlo, non insultare quelle stesse persone.

Sanità, scuola e territorio: le domande restano

La sanità pubblica è un esempio evidente.

Per anni si è assistito a un progressivo indebolimento del sistema: meno personale, strutture sotto pressione, tempi di attesa sempre più lunghi e differenze territoriali enormi.

Di fronte a questo quadro, molte forze politiche protestano quando sono all’opposizione, ma raramente mettono in discussione le scelte strutturali che hanno contribuito a produrlo.

Lo stesso vale per il territorio.

La cementificazione viene criticata nei discorsi ufficiali, mentre continuano a essere autorizzati nuovi interventi e nuove trasformazioni urbanistiche.

Le parole sull’ambiente diventano così compatibili con pratiche che consumano suolo e aggravano la fragilità dei territori.

Anche la scuola merita un confronto serio.

Collegare precocemente gli studenti al mondo produttivo può essere utile soltanto se significa formazione di qualità, tutela e orientamento.

Diventa invece problematico quando rischia di trasformare i ragazzi in manodopera a basso costo o quando sostituisce la cultura con l’addestramento.

Criticare queste scelte non significa rifiutare il lavoro o il progresso. Significa chiedere quale modello di società si voglia costruire.

Il voto non è un esame di cultura

Non voterei Bonaccini e il suo partito nemmeno se fossero l’ultima alternativa prima della fine del mondo. È una posizione netta, forse ruvida, ma perfettamente legittima.

Non voterei chi considero responsabile, direttamente o indirettamente, di politiche che hanno tradito le aspettative di milioni di persone.

Non voterei chi sostiene una visione dell’Europa basata soprattutto sui vincoli economici e sulla disciplina dei bilanci.

Non voterei chi difende il riarmo senza affrontare con la stessa energia le conseguenze sociali della guerra.

Non voterei chi cerca accordi di governo dopo aver perso le elezioni, salvo poi presentarsi come indispensabile custode della responsabilità nazionale.

Il voto non è un concorso pubblico.

Non si assegna in base ai titoli di studio, alla proprietà del linguaggio o alla frequentazione degli ambienti giusti.

È una scelta politica, e come ogni scelta politica può essere motivata da esperienze, valori, interessi e giudizi personali.

Chi vota contro un partito non deve superare un test di cultura per essere ascoltato.

Deve soltanto poter spiegare le proprie ragioni.

Conclusione: meno superiorità, più responsabilità

Le stupidaggini di Bonaccini, al di là della singola dichiarazione, rappresentano un problema più ampio: l’idea che la politica possa sostituire l’analisi con la superiorità morale.

Ma definire ignorante chi non vota come noi non risolve le crisi della sanità, non migliora la scuola, non crea lavoro stabile e non riduce le disuguaglianze.

Serve soltanto a proteggere chi non vuole assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Se un partito vuole riconquistare la fiducia degli elettori, dovrebbe smettere di guardarli dall’alto in basso.

Dovrebbe ascoltare il loro disagio, rispondere alle critiche e spiegare con chiarezza le proprie decisioni.

Altrimenti il problema non sarà l’ignoranza degli elettori.

Sarà l’arroganza di una classe politica che non riesce più a capire il Paese che pretende di rappresentare.

Di Admin

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