
Emanuele Fiano scrive da Birkenau e dice una cosa giusta sul suo partito: se il Partito democratico voterà contro il disegno di legge sull’antisemitismo, non perderà soltanto un iscritto illustre.
Perderà sé stesso.
Ammesso, naturalmente, che gli sia rimasto qualcosa da perdere oltre alla tessera, alla memoria dei propri governi e a qualche vecchia fotografia di gruppo.
Fiano individua il punto: esiste un confine tra la critica legittima a Israele e l’antisemitismo.
Quel confine non è nato ieri, non è stato inventato da un ufficio stampa della destra e non è comparso magicamente durante una riunione della Commissione Giustizia.
Esisteva già quando Elly Schlein, nel 2017, firmava una risoluzione europea che chiedeva agli Stati membri di “adottare e applicare” la definizione IHRA di antisemitismo.
Esisteva quando l’Italia, con il Partito democratico al governo, recepiva quella definizione in Consiglio dei ministri e la poneva alla base della Strategia nazionale contro l’antisemitismo.
All’epoca, evidentemente, la definizione IHRA aveva ancora una funzione civile.
Oggi, dopo qualche passaggio di partito, una manciata di primarie e un opportuno aggiornamento delle alleanze, è diventata un bavaglio, una minaccia alla libertà di espressione, quasi un dispositivo di repressione paragonabile alla censura preventiva nei regimi totalitari.
Il tutto, si capisce, per impedire a qualcuno di dire che il governo israeliano ha sbagliato.
Una tragedia.
La libertà di parola rischia di essere cancellata proprio nel momento in cui tutti vogliono esercitarla con la massima intensità sui social.
Il paradosso è che il primo articolo del disegno di legge salva esplicitamente la libertà di critica.
La stessa definizione IHRA chiarisce che criticare Israele come si critica qualsiasi altro Paese non costituisce antisemitismo. Dunque, in teoria, nessuno impedirebbe ad Arturo Scotto di presentare un libro sulla Flotilla, di discuterlo, difenderlo, promuoverlo e magari organizzare anche un festival, un podcast e una diretta Instagram con sottotitoli internazionali. Il punto non è vietare una critica politica.
Il punto è riconoscere quando la critica a Israele smette di essere una critica a un governo e diventa un codice linguistico per riproporre vecchi stereotipi, doppi standard e fantasie cospirative con un nuovo involucro geopolitico.
Ma il Partito democratico, ormai, non sembra interessato alle distinzioni.
Le distinzioni sono faticose, richiedono studio, prudenza, memoria e soprattutto la disponibilità a contraddire il proprio pubblico. Molto più semplice è adottare il sistema binario della politica contemporanea: Israele cattivo, Palestina buona; destra cattiva, sinistra buona; legge cattiva, libertà buona.
Una volta impostato il programma, il resto è automatico. Basta premere “pubblica”.
Fiano chiama tutto questo perdita di identità.
E ha ragione. Ma il problema è ancora più radicale: nello stesso testo in cui denuncia il marcio, Fiano parla ancora la lingua che lo ha prodotto. Continua a descrivere il Partito democratico come se fosse ancora un grande partito di centrosinistra, capace di discutere, mediare, assumersi responsabilità e magari governare. È un atto di affetto, forse. O una forma molto nobile di negazione.
Il Pd di Elly Schlein non è più quel partito.
È una sinistra in cerca di piazza, possibilmente già piena e con lo slogan stampato.
I riformisti sono usciti, si sono ritirati, sono stati ricollocati nella categoria “anime belle” oppure ridotti a voci di coscienza, utili soprattutto nei momenti commemorativi.
È rimasta la propaganda, e la propaganda che paga, oggi, è quella pro-palestinese.
Non perché la questione palestinese non sia grave, ma perché è diventata il più efficiente dispositivo identitario disponibile sul mercato politico.
Una causa internazionale, un nemico unico, una simbologia semplice, una quantità infinita di immagini e una formula di autodifesa già pronta: “Non è antisemitismo, è critica a Netanyahu”.
Con questa frase è possibile liquidare ogni obiezione, anche quando la critica non riguarda più Netanyahu, il suo governo o le sue decisioni, ma si estende a Israele come entità collettiva, agli ebrei in quanto presunti complici, alle istituzioni ebraiche, alla diaspora e, in certi casi, alla stessa idea di autodeterminazione nazionale ebraica.
È una formula elastica, come quelle assicurazioni che coprono tutto tranne ciò che accade davvero.
La questione del disegno di legge, quindi, non nasce da un autentico timore giuridico.
Lo dimostra proprio Fiano quando chiede quale reato scatterebbe nel caso in cui Arturo Scotto presentasse un libro sulla Flotilla e non trova risposta.
Ma nessuna legge di prevenzione funziona così. Non si aspetta che il reato sia già consumato per intervenire; si definiscono strumenti, criteri e responsabilità per evitare che il fenomeno venga ignorato finché non è troppo tardi. Altrimenti anche la prevenzione degli incendi sarebbe un attentato alla libertà di bruciare la casa.
Il Pd, in realtà, non vota contro il disegno di legge perché teme il bavaglio. Vota contro per non apparire, neppure per un istante, dalla stessa parte della destra su Israele. Il problema non è il testo: è la fotografia. Non si vuole correre il rischio che qualcuno, osservando il tabellone parlamentare, possa dire: “Guarda, stavolta hanno votato come quelli di destra”. In un partito che ha trasformato la politica estera in una variante della comunicazione identitaria, il voto è diventato soprattutto una dichiarazione di appartenenza. Prima viene la collocazione nel campo largo, poi eventualmente la coerenza.
E qui entra in scena Elly Schlein, la protagonista perfetta del teatro dell’assurdo. Una dirigente che, nel 2017, aveva lasciato il Pd per seguire Pippo Civati in Possibile e che al referendum costituzionale del 2016 aveva votato no a Renzi. Una scelta legittima, naturalmente. In politica si può uscire da un partito, fondare o seguire un altro movimento, combattere il segretario precedente e poi rientrare dalla porta principale. Il problema non è la coerenza biografica: è pretendere che la biografia non produca alcuna conseguenza politica.
Alle primarie, Schlein è rientrata nel Pd come se il partito fosse dotato di porte girevoli, quelle degli alberghi in cui si può entrare e uscire senza che nessuno chieda se si è ospiti, dipendenti o semplicemente di passaggio. Poi se l’è preso, ribaltando ai gazebo il risultato dei circoli, nei quali aveva stravinto Stefano Bonaccini. Un meccanismo che definire demenziale è quasi un complimento alla demenza: prima votano gli iscritti, cioè coloro che il partito lo tengono in piedi; poi votano gli elettori occasionali, simpatizzanti, curiosi, passanti, cittadini che magari hanno scoperto l’esistenza del Pd il giorno prima e che possono decidere chi dovrà guidarlo il giorno dopo.
È il trionfo della democrazia spettacolare: più sei distante dal partito, più sei decisivo per determinarne la linea. Il circolo, con i suoi militanti, le riunioni e le discussioni magari noiose, rappresenta il passato. Il gazebo rappresenta il futuro: una forma di partecipazione breve, fotografabile e possibilmente accompagnata da un cappellino. Il partito non è più una comunità politica, ma un’applicazione temporanea per selezionare il volto più adatto alla prossima campagna elettorale.
Bonaccini vince nei circoli, Schlein vince ai gazebo. E nessuno si domanda se sia davvero sensato che la volontà di chi paga una tessera, frequenta le sezioni e costruisce l’organizzazione possa essere rovesciata dalla partecipazione di chi passa casualmente, versa un contributo simbolico e poi torna a casa. È il principio della democrazia liquida: tutto scorre, soprattutto le responsabilità.
Da quel momento, il Pd ha iniziato a vivere in una dimensione parallela. Non è più un partito riformista guidato da una segretaria di sinistra; è un movimento di sinistra radicale che conserva il nome di un partito riformista per ragioni sentimentali e fiscali. Le vecchie parole sono rimaste appese alle pareti: lavoro, Europa, governo, diritti, responsabilità. Ma sotto, nel programma
