Emiliano F. Caruso

Quella della Magliana è una zona a sud-ovest di Roma che nella maggior parte dei cittadini rievoca ancora oggi i crimini dell’omonima banda che attraversò venti anni della storia della Capitale. Una zona figlia della speculazione edilizia degli anni ’70 con i suoi palazzoni, i famosi “casermoni” i cui abitanti, negli ultimi 40 anni, hanno visto praticamente di tutto: dagli abusi edilizi alle occupazioni, dagli anni di piombo al terrorismo sia rosso che nero fino alla criminalità organizzata. Proprio da queste parti, tanto per dirne una, il 18 febbraio del 1988 Pietro de Negri, “Er canaro della Magliana”, torturò e uccise nel suo negozio il pugile dilettante Giancarlo Ricci.

Un quartiere, la Magliana, che solo alla fine degli anni ’90 è stato in gran parte riqualificato grazie a un sensibile calo della criminalità locale, al restauro di molti dei vecchi palazzi e a un recupero del decoro urbano, culminato a dicembre del 2007 con l’inaugurazione del parco urbano “Pian due torri”, sorto sul luogo dello sgombero di un insediamento abusivo. Proprio nelle vicinanze del parco e in questo periodo, nel 2007, inizia la nostra storia.

È il 27 luglio, siamo a via della Pescaglia, una traversa che parte da via della Magliana per concludersi in quello che pochi mesi dopo diventerà, come abbiamo visto, il parco urbano di Pian due torri, una grande area verde che, insieme all’omonima strada, prende il nome dalle due storiche torri del cardinale Orsini. Sono le 15,30 quando arriva una chiamata d’urgenza al 115 dei vigili del fuoco: qualcuno dalle finestre dei fatiscenti palazzoni anni ’70 ha visto delle fiamme alzarsi da un canneto che sorge sul parcheggio condominiale adiacente al parco.

Giunti sul luogo, i vigili del fuoco agiscono in pochi minuti, nulla di gravoso, solo un incendio come se ne sono visti molti in quell’estate del 2007.

Spente le fiamme, notano subito qualcosa appoggiato al muretto, costruito sei anni prima, che circonda il parcheggio e fa da confine con un magazzino poco oltre. Uno scheletro umano, sono inconfondibili ossa umane quelle che i vigili del fuoco vedono vicino al muretto. Uno scheletro quasi completo, mancano solo le ossa delle mani e dei piedi, mentre il cranio si trova poco distante, probabilmente spostato a causa del getto d’acqua dell’idrante.

Vengono subito avvisate le Forze dell’ordine e la squadra mobile, al comando di Vittorio Rizzi, arriva pochi minuti dopo insieme al medico legale Luigi Cipolloni.

Nel corso dei primi rilievi intorno a quello scheletro, gli investigatori trovano, poco distante, alcuni vestiti consumati, delle scarpe e un marsupio contenente un mazzo di chiavi tipiche da appartamento e i resti di una carta d’identità intestata a un certo Libero Ricci.

Ma a questo punto la nostra storia fa un passo indietro, di circa quattro anni.

Sono le 10 del mattino del 31 ottobre 2003, come ogni giorno il signor Libero Ricci, un tranquillo pensionato che vive insieme alla sua famiglia nel quartiere della Magliana, esce per la consueta passeggiata prima di pranzo.

Nulla di impegnativo: soltanto un’ora di camminata tra andata e ritorno, ma nonostante i 77 anni di età, Ricci ancora non ci rinuncia. Indossa dei pantaloni neri, delle scarpe scarpe marrone chiaro e un girocollo dello stesso colore ma più scuro, ha con sé soltanto il minimo indispensabile, un marsupio con le chiavi di casa e il portafogli.

Libero Ricci è un ebreo che ne ha passate tante nella vita: già da bambino, nel 1943, si salva dai rastrellamenti tedeschi grazie alla tenace madre Rebecca Moscato.

Anni dopo, sposata l’amata Emilia, trova poi lavoro in Vaticano.

Un ottimo lavoro, che Ricci svolge con tale cura e serietà da meritarsi la stima dei colleghi e dei religiosi della Santa Sede.

Fino alla meritata pensione e a quel giorno del 31 ottobre, quando Ricci esce e non torna più a casa. Semplicemente sparisce dalla circolazione.

E qui torniamo al 27 luglio del 2007.

Il ritrovamento del marsupio e del relativo contenuto porta subito gli investigatori alla conclusione che quello scheletro ormai semi carbonizzato sia proprio quel che resta del pensionato scomparso anni prima.

Ma qualcosa non convince né gli investigatori né, soprattutto, i figli di Ricci, che si insospettiscono. I resti dei vestiti non corrispondono a quelli indossati dall’uomo al momento della scomparsa, questo i figli lo ricordano bene anche se sono passati quasi quattro anni.

Si chiedono, inoltre, come abbia fatto un uomo quasi ottantenne a trascinarsi fin lì, in mezzo a un canneto non certo agibile, per poi morire in circostanze simili.

Forse si tratta di intuito, forse di logica, ma ben presto è chiaro che molti elementi non quadrano. Viene richiesta, e accolta, un’analisi del DNA delle ossa, coinvolgendo il laboratorio di medicina legale di Roma e il dipartimento di fisica “Circe” di Caserta.

La tecnica che viene utilizzata in questo caso è conosciuta come “Bomb Spike”, e permette di risalire con una certa precisione al periodo del decesso della vittima e alla sua età anagrafica.

Gli esami dei resti dovrebbero essere relativamente semplici, sia perché la tecnica del Bomb Spike è molto più accurata delle precedenti, sia perché gli esperimenti atomici della Seconda guerra mondiale hanno elevato la percentuale di carbonio-14 nell’atmosfera, rendendo più facile la datazione dei resti successivi a quell’epoca.

Nonostante l’emisoma sinistro dello scheletro sia stato particolarmente danneggiato dall’incendio, i risultati degli esami del carbonio-14, uniti a quelli del DNA, cambiano completamente la direzione delle indagini: le ossa ritrovate in quel parcheggio della Magliana appartengono infatti ad almeno cinque individui diversi. Tre donne e due uomini, di un’età variabile tra i 20 e i 50 anni e deceduti nell’arco di un periodo che va dal 1986 al 2006, e nessuno di questi individui è Libero Ricci.

Fatta eccezione per il marsupio con i suoi effetti personali, gli unici legami tra lo scheletro e l’anziano pensionato sono il cranio, il costato destro e la colonna vertebrale, che risultano appartenere a una donna di circa 45/50 anni imparentata tramite DNA mitocondriale (quello che si trasmette solo per via materna) proprio con Libero Ricci.

Ma nonostante i segni caratteristici dei resti della donna, tra cui la scarsa cura della dentatura e alcune fratture rimarginate nelle costole, i figli del pensionato non riescono a risalire a nessuna parente scomparsa.

Esclusa l’ipotesi che Libero Ricci sia andato a morire dietro al canneto del parcheggio (una teoria che, come abbiamo visto, sin da subito non ha convinto gli investigatori) rimangono due opzioni: che qualcuno si sia dedicato a profanare tombe, collezionando nel frattempo le ossa, per poi ricomporre uno scheletro quasi completo (mancano, come dicevamo prima, solo le ossa di mani e piedi, forse distrutte dall’incendio), oppure che in circolazione ci sia  un vero e proprio serial killer.

La prima ipotesi viene quasi subito scartata, o quantomeno presa con prudenza: nessuno dei resti rinvenuti presenta infatti quelle tracce di legno o zinco tipiche delle ossa rimaste per anni nelle tombe ma, di contro, presentano tracce di morsi di piccoli animali, come se un tempo la carne vi fosse ancora in parte attaccata.

Alcuni resti, inoltre, erano troppo recenti (risalenti ed appena l’anno precedente) per essere stati scarnificati tramite i normali processi di inumazione.

Rimane quindi l’ipotesi di un serial killer, o quantomeno di uno sconosciuto e macabro “Collezionista di ossa”. Visti i pochi elementi a disposizione, gli investigatori cercano poi di abbozzare un profilo dell’offender (così in criminologia viene definito l’autore di un’azione criminale): tra i 40 e i 50 anni, di ottima cultura, di media statura corporea e, vista la precisione estrema con cui ha ricomposto lo scheletro ritrovato, dotato anche di ottime conoscenze anatomiche.

Un profilo fin troppo generico, che potrebbe adattarsi a tutti e a nessuno,  e infatti non porta gli investigatori da nessuna parte.

Solo tre anni dopo, nel 2010, il procuratore capo Giovanni Ferrara e il sostituto Marcello Monteleone cercheranno di approfondire le indagini per dare un seguito alle ipotesi di occultamento di cadavere e omicidio plurimo avanzate dalla procura di Roma. A carico di ignoti, visto che a distanza di tre anni non ci sono ancora indagati.

Ma gli indizi a disposizione sono ancora scarsi e l’intero quadro è fin troppo enigmatico: se nessuna delle ossa apparteneva a Libero Ricci, perché vicino è stato ritrovato il suo marsupio con i suoi effetti personali? Chi era la donna dal cui esame dei resti risulta imparentata con l’anziano scomparso?

E che fine ha fatto lo stesso Libero Ricci?

I resti dello scheletro, inoltre, erano talmente danneggiati che si è potuta identificare soltanto la zona destra, quella meno colpita dall’incendio, non si esclude quindi che in futuro si possa scoprire che le ossa appartengono in realtà a più di cinque individui, incluso, forse, lo stesso Libero Ricci.

Qualcuno prova ad avanzare l’ipotesi della criminalità organizzata, ma anche questa viene esclusa quasi subito: mafie, clan e criminali organizzati uccidono in modi semplici, brutali e diretti, senza costruirci sopra uno scenario contorto e indecifrabile come quello che ruota intorno allo scheletro della Magliana.

Qualcun altro, nel frattempo, prova a collegare questo caso con quello della scomparsa di Emanuela Orlandi. Anche se leggermente forzata, questa teoria sembra avere qualche fondamento: Libero Ricci, come abbiamo visto, lavorava in Vaticano, dove era benvoluto da tutti, proprio nel periodo della scomparsa della ragazza, cittadina vaticana e figlia di un commesso della Prefettura pontificia.

La scomparsa della Orlandi, secondo alcune teorie, sembrerebbe collegata alla famosa Banda della Magliana, il che ci riporta proprio nella zona del ritrovamento dello scheletro. Inoltre, nel corso di una delle due puntate che il programma “Chi l’ha visto?” dedicò al caso, la madre della Orlandi, Maria Pezzano, avrebbe telefonato fuori onda per chiedere se fra quei resti ritrovati a luglio del 2007 ci siano anche quelli di sua figlia.

Ancora oggi, a dieci anni di distanza da quel ritrovamento, i tasselli del mosaico sono tutti fuori posto e le domande numerose, delle quali la più semplice rimane quella di capire chi ci sia dietro questa macabra ed elaborata messa in scena, e soprattutto quale ne sia il movente.

L’incendio di quel pomeriggio del 26 luglio 2007, che è risultato doloso, è stato appiccato dalla stessa persona che ha ricomposto lo scheletro?

A che scopo?

L’offender poi avrebbe potuto tranquillamente ricomporre lo scheletro in pieno giorno, dal momento che a quel tempo l’esteso canneto presente nella zona nascondeva qualsiasi movimento alla vista dei pur vicini condomini, ma potrebbe anche aver agito di notte, per poi tornare di giorno ad appiccare l’incendio.

In tutto questo che significato avrebbe il ritrovamento degli effetti personali di Libero Ricci vicino a quella sorta di “collage” osseo, di cui alcune parti, tanto per complicare ancora di più lo scenario, risultano appartenere a una parente per via materna?

Dove si trovano le rimanenti ossa delle persone finora identificate e il cadavere dello stesso pensionato (che ormai, non fosse altro che per l’età avanzata, non dovrebbe essere più vivo)?

Ancora oggi, nella cornice tra il parco urbano “Pian due torri” e la Magliana, sono ancora visibili alcuni vecchi “casermoni” in mezzo ai numerosi palazzi restaurati, e basta spostarsi di pochi decine di metri per passare in alcune zone che sembrano rimaste ferme agli anni ’70.

Il canneto che si trovava alla fine di via Pescaglia ora non c’è più, probabilmente per motivi di sicurezza. Ma quei palazzi, quelle strade, quell’atmosfera oggi, a tanti anni di distanza, ci ricordano una storia che non ha ancora un responsabile.

Una storia di ebrei in fuga dai tedeschi, anziani scomparsi e scheletri non identificati.

Di Admin

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